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Attenzione, Concentrazione e Meditazione - Parte I

Secondo la terminologia utilizzata da Patanjali due sono i principali ostacoli alla meditazione: mudha e vikshipta. Mudha rappresenta uno dei condizionamenti più pesanti rappresentato dalle interferenze psichiche prodotte dalla sonnolenza e da uno stato mentale ottuso, stolido, passivo. Il termine vikshipta indica invece tutte le distrazioni che sbalzano la mente da un oggetto psichico ad un altro limitandone la capacità attentiva.

 Affinché la meditazione abbia successo, sia che si segua la via di Patanjali dell'Asthtanga Yoga, sia che si segua il sentiero della Bhakti Vaishnava descritto da Shri Krishna nella Bhagavad-gita, queste due tipologie di condizionamenti vanno superati entrambi; la mente (manas) e l'intelletto (buddhi) necessitano di essere svegli, attenti e concentrati su ciò che stanno facendo per farlo bene e con successo, che dire quando l'impegno in questione è costituito dalla pratica meditativa.

 In tutte le principali tradizioni spirituali la meditazione viene svolta nelle prime ore del mattino, in particolar modo nel lasso di tempo che va dalle 4 alle 8, in quanto questo periodo - anche per la configurazione astrale che lo caratterizza - viene generalmente riconosciuto come il più confacente per attività introspettive e spirituali. Tale momento della giornata, considerato di massimo buon auspicio e come il più idoneo per la preghiera e la meditazione, definito nella tradizione indovedica “Brahma Muhurta”, ha grandi potenzialità per favorire il risveglio della coscienza, se vissuto con impegno rigoroso e profonda consapevolezza.

Durante il Brahma Muhurta si svolgono pratiche per l'adorazione della Divinità, si celebrano offerte rituali, s'intonano preghiere e canti spirituali collettivi e ci si dedica alla meditazione individuale che nella tradizione della Bhakti Vaishnava è definita Harinama Japa, l'esercizio di presa di consapevolezza della presenza di Dio attraverso l'invocazione dei Suoi Nomi.

La meditazione rappresenta la centralità tra tutte le pratiche per il risveglio della coscienza. Essa risulta di massimo beneficio quando viene compiuta con la giusta predisposizione, motivazione e finalità, e con un buon livello qualitativo di esecuzione, evitando in primis mudha e vikshipta. Senza attenzione non vi è concentrazione (dharana) e senza concentrazione non può aver luogo la meditazione (dhyana), né tantomeno il raggiungimento del samadhi.

Per incrementare il livello di attenzione durante la pratica meditativa sono utili alcuni semplici ma importanti accorgimenti, come ad esempio mantenere la colonna vertebrale ben eretta ed avere una respirazione profonda, affinché il prana veicolato dal respiro scorra liberamente lungo tutti i centri energetici, i cosiddetti chakra.

Lo scopo più alto che ci si prefigge con la meditazione è quello di prendere coscienza della propria natura ontologica spirituale e della presenza di Dio dentro e fuori di noi.

Quando si diventa coscienti di qualcosa? Quando si fa entrare nella propria coscienza quel qualcosa, quando la coscienza si riempie stabilmente di quella cosa e ne assorbe ogni elemento, caratteristica e natura. Essere coscienti di Dio significa avere la mente piena della presenza di Dio che si manifesta nella forma di tre qualità essenziali: eternità (sat); coscienza, conoscenza e sapienza (cit), beatitudine (ananda).

Come si può dunque definire il fenomeno della concentrazione? Un flusso costante di attenzione che produce un flusso costante di coscienza; quando il flusso di coscienza è continuo per un periodo di tempo sufficientemente lungo, dalla concentrazione si accede alla meditazione (dhyana), per cui l'oggetto su cui ci si focalizza entra nella coscienza e la pervade.

Il flusso di coscienza continuativamente rivolto verso Dio permette il contatto con il Dio, non superficiale ed esteriore ma sentito interiormente e vissuto nel profondo.

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