Il dono ricevuto e il tentativo di servirlo - Hare Krishna Reunion – 60 anni di ISKCON

Intervento di S.G. Shriman Matsya Avatar Prabhu
Cari devoti, amici e ospiti,
desidero anzitutto offrire i miei rispettosi omaggi a tutti i Vaishnava presenti e ringraziare di cuore gli organizzatori di questa Reunion per il caloroso invito che mi hanno rivolto.
In una circostanza come questa, nella quale celebriamo sessant’anni di ISKCON, sarebbe naturale parlare di opere, progetti, viaggi, templi, istituzioni e servizi svolti nel corso degli anni.
Ma riflettendo profondamente su ciò che desidero condividere con voi, sento che il cuore della mia testimonianza non è ciò che ho fatto.
Il cuore è ciò che ho ricevuto.
È l’incontro con Shrila Prabhupada.
Tutto il resto è venuto dopo.
Tutto il resto, se ha avuto un qualche valore, è stato soltanto un tentativo di rispondere a quella grazia.
Pochi anni prima di incontrare Shrila Prabhupada ero un giovane impegnato nella ricerca della verità. Avevo esplorato diverse strade, incontrato persone significative, approfondito molte letture, ma sentivo che mancava ancora qualcosa di essenziale: una sintesi capace di dare unità, direzione e compimento a quella ricerca.
Fu allora che sul Gange incontrai uno yogi. Dopo aver stretto un rapporto di amicizia, ascoltato le mie domande e le mie riflessioni, mi disse parole che non ho mai più dimenticato:
«Devi andare a Vrindavana. Devi incontrare un autentico innamorato di Dio, Bhaktivedanta Swami Prabhupada ti presenterà a Krishna.»
Fino a quel momento non avevo mai sentito parlare né di Vrindavana né di Shrila Prabhupada. Eppure quelle parole penetrarono profondamente nella mia coscienza.
Pochi giorni dopo partii per Vrindavana.
Ricordo ancora l’emozione di quei due giorni a Vrindavana: l’atmosfera spirituale, i luoghi santi, i devoti, il senso di essere entrato in una dimensione che, pur non conoscendo ancora, mi appariva stranamente familiare.
Ma soprattutto ricordo il momento in cui fui ricevuto da Shrila Prabhupada a Delhi, il 30 agosto 1976.
Molte persone incontrano uomini colti. Alcune incontrano grandi personalità. Altre incontrano guide spirituali.
Io ebbi la fortuna di incontrare una persona che viveva completamente immersa nell’amore per Krishna.
Non fu tanto ciò che disse a colpirmi.
Fu ciò che era.
La sua presenza. La sua autenticità. La sua totale dedizione. La sua assoluta assenza di interesse personale.
Per la prima volta vidi una persona la cui vita appariva interamente centrata sul servizio a Dio.
Compresi che la spiritualità non era soltanto una filosofia. Non era soltanto una disciplina. Non era soltanto una ricerca.
Era una relazione d’amore.
Un amore vissuto, incarnato, offerto.
Ebbi la grazia di ricevere da Shrila Prabhupada un darshana personale. Quel colloquio lasciò nella mia vita un’impronta che continua ad accompagnarmi ancora oggi.
Ricordo che, dopo avermi osservato per qualche istante, mi chiese se ci fossimo già incontrati.
Gli risposi:
«No. Non ci siamo mai visti. Ma negli ultimi giorni ti ho pensato intensamente. Ti ho anche sognato.»
Poi mi chiese:
«Credi in Dio?»
Rimasi un po’ in silenzio, poi annuii.
Shrila Prabhupada parlò allora della drammatica crisi in cui vive il mondo e del valore della forma umana, della rarità di questa opportunità e della necessità di sviluppare amore per Dio, per Krishna. Mi fece comprendere che la vita umana non dovrebbe essere sprecata, perché è destinata alla realizzazione spirituale.
Io lo ascoltavo in silenzio.
A un certo punto mi chiese:
«Allora, qual è il problema?»
Gli risposi con sincerità:
«Se sto qui con te e con i devoti, non c’è alcun problema. Ma devo tornare in Italia. Ho fondato alcune aziende, ho soci, responsabilità e una ragazza che mi attende. Pensi che tutto questo possa creare ostacoli nel seguire la via che tu indichi?»
Shrila Prabhupada non mi invitò ad abbandonare ciò che avevo costruito.
Mi disse di diventare un devoto, di cantare Hare Krishna, di studiare la Bhagavad-gita e di confidare nella protezione di Krishna.
Poi aggiunse parole che non ho mai dimenticato:
«Tu hai talenti. Sai da dove provengono?»
Io rimasi in silenzio.
Egli proseguì:
«Ogni talento appartiene a Dio. Mettili al servizio di Krishna.»
Infine, guardandomi intensamente negli occhi, ripeté più volte:
«Krishna will protect you. Krishna will protect you. Krishna will protect you. Don’t fear.»
A distanza di cinquant’anni, quegli insegnamenti continuano ad accompagnare la mia vita e il mio servizio.
Le parole di Shrila Prabhupada non rimasero per me una semplice conversazione da ricordare.
Ripensando a quei giorni, anche circostanze apparentemente casuali mi appaiono oggi come tessere di un unico disegno.
Avevo lasciato in donazione al tempio quanto mi era rimasto. Per incontrare Shrila Prabhupada avevo perso il volo di ritorno e dovetti attendere due giorni prima che si liberassero due posti per me e per il mio compagno di viaggio, che non stava bene.
Proprio in quella inattesa sospensione iniziai a studiare intensamente la Bhagavad-gita e a parlare dei suoi insegnamenti con le persone che incontravo.
Durante il viaggio in treno da Roma a Livorno, dopo il controllo dei biglietti, il controllore si fermò ad ascoltare. Continuammo a parlare della Bhagavad-gita per tutto il tragitto, al punto che, una volta giunti a destinazione, fu lui stesso ad avvisarmi che eravamo arrivati alla stazione di Livorno e ad aiutarmi a scendere i bagagli.
I miei amici e conoscenti sapevano che da tempo ero in cerca di uno scopo superiore da dare alla mia vita. Per questo, tornato a casa, il 20 settembre 1976 invitai a cena circa settanta persone e diedi a quell’incontro un titolo: «Una riflessione sul senso del mio viaggio in India». Durante la mia prima visita al Tempio di Roma, avevo acquistato una cassa della prima edizione italiana della Bhagavad-gita Così Com’è e ne donai una copia a ciascuno di loro.
Fin da allora Shrila Prabhupada è sempre rimasto presente nella mia vita. Non soltanto come memoria, ma come riferimento nel cuore.
Per questo, nella prima pagina di tutti i miei libri, dopo la copertina, ho voluto riportare queste parole:
«Con affetto e gratitudine
al mio eterno benefattore e Maestro
A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada,
sui cui insegnamenti ho fondato la mia vita.»
Non sapevo ancora dove mi avrebbe condotto tutto questo.
Sapevo soltanto che avevo preso molto seriamente l’invito di Shrila Prabhupada a studiare la Bhagavad-gita e a condividerne gli insegnamenti con le persone che avrei incontrato nel corso della mia vita.
Con il passare degli anni e dei decenni, quelle tessere apparentemente sparse hanno cominciato a rivelare non solo la quantità degli eventi vissuti, ma la qualità interiore del viaggio: il rasa della grazia ricevuta e del servizio offerto.
Ripensando oggi a quel darshana, mi appare sempre più chiaro che Shrila Prabhupada non mi chiese semplicemente di cambiare vita in senso esteriore.
Mi insegnò a consacrarla.
Non mi chiese di rinnegare i talenti ricevuti.
Mi insegnò a riconoscerne l’origine divina.
Non mi chiese di fuggire dalle responsabilità.
Mi mostrò come trasformarle in servizio.
Non mi chiese di abbandonare ciò che avevo costruito.
Mi indicò come offrirlo a Krishna.
Da allora, la mia vita è stata un tentativo, certamente imperfetto, di comprendere e applicare questi insegnamenti.
Le forme esteriori del servizio, in questi decenni, sono cambiate molte volte. Ma l’ispirazione che le ha generate è rimasta sostanzialmente la stessa.
Negli anni Settanta e Ottanta il servizio si svolgeva prevalentemente nei Templi.
Negli anni Novanta ebbi il privilegio di contribuire, insieme ad altri devoti, alla realizzazione di altari, templi in diverse nazioni e del Pushpa Samadhi Mandir di Shrila Prabhupada a Mayapur.
Successivamente ebbi il privilegio di contribuire alla realizzazione della sala del Tempio a Chowpatty, Mumbai.
Oggi mi trovo impegnato nella riflessione e nello sviluppo dello Srila Prabhupada Birth Place Memorial a Kolkata.
Guardando queste esperienze dall’esterno, qualcuno potrebbe vedere attività differenti.
Io vedo soprattutto una continuità.
Cambiano gli strumenti.
Rimane la stessa intenzione.
In fondo si tratta sempre di costruire.
Talvolta si costruiscono templi.
Talvolta si costruiscono altari.
Talvolta si costruiscono luoghi di pellegrinaggio.
Talvolta si costruiscono istituzioni educative.
Talvolta si costruiscono percorsi formativi.
Talvolta si costruiscono relazioni.
Talvolta si costruiscono ponti culturali.
Ma il principio rimane identico: mettere ciò che Krishna ci affida al servizio della missione di Shrila Prabhupada.
È in questa prospettiva che nacque, nel 1995, il Centro Studi Bhaktivedanta.
Non come fine.
Ma come mezzo.
Non come opera da celebrare.
Ma come strumento di servizio.
Negli ultimi anni della sua presenza terrena, Shrila Prabhupada aveva sottolineato l’importanza del Varna Ashrama Dharma.
Aveva inoltre fondato il Bhaktivedanta Institute, affinché studiosi, scienziati e uomini di cultura potessero dialogare con la tradizione Bhaktivedanta e la Coscienza di Krishna.
Il Centro Studi Bhaktivedanta ha cercato, con tutti i limiti e le imperfezioni che accompagnano ogni impresa umana, di offrire un contributo in questa direzione.
Molti devoti servono magnificamente attraverso la gestione dei Templi, la predica congregazionale, l’adorazione delle Divinità, la distribuzione dei libri di Shrila Prabhupada e numerose altre attività.
Il CSB ha cercato semplicemente di servire in altri contesti: università, scuole, ospedali, tribunali, istituzioni culturali, professioni, dialogo con il mondo accademico e religioso.
Non ho mai percepito questi ambiti come estranei alla missione di Shrila Prabhupada.
Li ho considerati luoghi nei quali la sua visione poteva essere proposta con linguaggi adeguati agli interlocutori.
Nel corso degli anni ho incontrato sensibilità diverse, approcci differenti e modi differenti di interpretare il servizio.
Ho imparato a rispettare sinceramente queste diversità.
Personalmente ho sempre cercato di comprendere quale fosse, nelle circostanze concrete che mi si presentavano, il modo più fedele di servire Shrila Prabhupada.
Mi interessa soprattutto la fedeltà ai principi ricevuti e la loro applicazione nelle mutevoli condizioni del tempo, del luogo e delle circostanze.
La Bhagavad-gita ci insegna che ciascuno deve servire secondo il proprio sva-dharma.
Secondo la propria natura.
Secondo le capacità ricevute.
Secondo le circostanze nelle quali Krishna lo ha posto.
Non tutti servono nello stesso modo.
Non tutti costruiscono le stesse cose.
Non tutti percorrono gli stessi sentieri.
Ma tutti possono offrire ciò che sono.
Per questo, quando guardo indietro vedo un unico filo.
Il tentativo di servire la missione di Shrila Prabhupada secondo il mio sva-dharma.
Ma oggi sento anche il bisogno di dire qualcosa di più.
Il fine non è mai stato il CSB.
Il fine non sono mai stati i templi.
Il fine non sono mai state le istituzioni, i progetti, le conferenze o i riconoscimenti.
Tutto questo, quando è autentico, è soltanto un mezzo.
Il fine è la realizzazione spirituale.
Il fine è purificare il cuore.
Il fine è vivere nella Bhakti.
Il fine è lasciarsi guidare, correggere, ispirare e proteggere dalla grazia del Maestro spirituale.
Il fine è vivere, per quanto possibile, sulle ali degli insegnamenti ricevuti da Shrila Prabhupada e della sua misericordia.
E se dovessi esprimere un auspicio per il futuro della nostra amata ISKCON, sarebbe quello di vedere sempre più devoti uniti dall’amore per Krishna, dal rispetto reciproco e dal sincero desiderio di cooperare al servizio del nostro Fondatore-Acharya, Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada.
Con questo spirito desidero concludere ricordando le parole che Shri Caitanya Mahaprabhu ci ha insegnato a custodire nel cuore:
sarvatma-snapanam param vijayate sri-krsna-sankirtanam
«Che il sankirtana di Shri Krishna trionfi supremamente, purificando e benedicendo l’intera esistenza.»
Con gratitudine, offro i miei omaggi a tutti voi, preziosi compagni di viaggio, e chiedo umilmente perdono se, nel corso degli anni, anche involontariamente, ho mancato di rispetto a qualcuno.
Hare Krishna.
Vostro servitore,
al servizio di Shrila Prabhupada,
Matsya Avatar Das
Nota bibliografica. Le riflessioni qui condivise sono state offerte principalmente sulla base della memoria personale e dell'impronta che quell'incontro ha lasciato nella mia vita. Alcuni riferimenti agli eventi e alle circostanze di quei giorni trovano inoltre riscontro nelle annotazioni del diario tenuto dall'assistente personale di Shrila Prabhupada, Hari-Sauri Dasa, pubblicate in A Transcendental Diary (Vol. 4, agosto-ottobre 1976), oggi consultabile attraverso l'archivio PrabhupadaVani.
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L’inizio del mio cammino spirituale - Manupatni Mataji
Intervento di S.G. Manupatni devi dasi Mataji
La mia vita spirituale è iniziata grazie a due persone molto care: il mio Maestro Spirituale, Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Swami Srila Prabhupada e mio marito.
Era l’agosto del 1976. Matsyavatara, che dopo pochi mesi sarebbe diventato mio marito, stava per realizzare un sogno che coltivava da tempo: tornare in India. Aveva già viaggiato molto, attraversando l’Europa, l’America e l’Asia. Era evidente che fosse alla ricerca di qualcosa di profondo, di risposte che ancora non aveva trovato. Sentiva che l’India avrebbe potuto offrirgli ciò che il suo cuore stava cercando.
Poco prima della partenza, un nostro amico comune gli regalò un libro, dicendogli che forse gli sarebbe stato utile durante il viaggio. Preso dagli ultimi preparativi, Matsyavatara lo affidò a me, chiedendomi di leggerlo mentre lui era lontano. Io lo riposi distrattamente nella mia borsa e me ne dimenticai completamente.
In quel periodo amavo trascorrere del tempo in un luogo speciale: un prato davanti a una piccola chiesa immersa nel bosco, all’interno di un antico complesso cinquecentesco. Era un angolo di pace e silenzio, dove andavo a leggere, riflettere e ritrovare serenità. Frequentavo la chiesa del paese, cantavo nel coro e mi sentivo sostanzialmente appagata dalla mia vita.
Eppure, guardando oggi quegli anni con maggiore maturità, comprendo che dentro di me vi era anche una ricerca silenziosa. Non cercavo qualcosa di diverso dalla mia fede, ma desideravo comprendere più profondamente il significato della vita e il rapporto con Dio.
Verso la fine di agosto, il 27 o il 28 del mese, tornai in quel luogo che tanto amavo. Cercando qualcosa nella borsa, ritrovai il libro che avevo completamente dimenticato. Lo presi tra le mani e iniziai a leggerlo.
Da quel momento non riuscii più a staccarmene. Lessi una pagina dopo l’altra fino ad arrivare all’ultima. Quando chiusi il libro, un pensiero sorse spontaneamente dentro di me, non avevo mai letto preghiere così belle.
Girai il volume e osservai il nome dell’autore: A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada. C’era anche la sua fotografia e il titolo del libro: Sri Ishopanishad.
Quasi contemporaneamente, dall’altra parte del mondo, Marco stava concludendo il suo viaggio in India. Dopo aver visitato Vrindavana, ebbe l’immensa fortuna di incontrare proprio quel Maestro di cui stavo leggendo il libro, a Delhi.
Ripensando oggi a quegli eventi, sento ancora quanto siano stati straordinari. Abbiamo conosciuto il nostro amato Maestro Spirituale in modi diversi e apparentemente lontani, eppure perfettamente intrecciati. Ho sempre percepito tutto questo come un disegno profondamente divino.
Quando Matsyavatara fece ritorno, iniziò subito a raccontarmi ciò che aveva incontrato, una persona speciale, un autentico Maestro Spirituale che gli aveva fatto intravedere lo scopo della vita, la via dell’amore per Dio, il canto del Santo Nome, la pratica del japa e i principi fondamentali insegnati da Srila Prabhupada.
Cominciai anch’io a cantare il Santo Nome sul japa-mala e, con mia sorpresa, tutto mi sembrò naturale.
Naturalmente, stavo muovendo i primi passi sul sentiero della Bhakti. Avevo soltanto diciannove anni. Vivevo felice con la mia famiglia e conducevo una vita semplice e serena. Non potevo immaginare dove quel cammino mi avrebbe portata.
Accettai quei cambiamenti soprattutto perché avevo fiducia in Marco, colui che oggi è mio marito. Pochi mesi dopo, nel maggio del 1977, ricevemmo l’iniziazione spirituale da Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Swami Srila Prabhupada, ricevendo i nomi di Matsya Avatar das e Manupatni Devi Dasi, e ci sposammo secondo il rito vaishnava.
La comprensione più profonda della coscienza di Krishna e degli insegnamenti del Maestro non arrivò tutta insieme. Per l’infinita misericordia di Srila Prabhupada, è maturata gradualmente, passo dopo passo, attraverso gli anni, le prove, le gioie, il servizio e la compagnia dei devoti.
E in realtà continua ancora oggi.
Guardando indietro, provo una profonda gratitudine.
Quello che iniziò con un libro dimenticato in una borsa si trasformò nel dono più prezioso della mia vita, l’incontro con Srila Prabhupada e con il cammino della coscienza di Krishna.
A distanza di tanti anni, posso dire che quel viaggio non fu soltanto quello di Matsyavatara verso l’India. Fu anche l’inizio del mio viaggio, un viaggio che continua ancora oggi, per la misericordia del Maestro Spirituale e di Krishna.
In occasione della celebrazione dei sessant’anni dell’ISKCON, che si svolge proprio a Villa Vrindavana, desidero condividere alcuni ricordi particolarmente cari al mio cuore.
Se il racconto del mio incontro con la coscienza di Krishna rappresenta l’inizio del mio cammino spirituale, Villa Vrindavana rappresenta invece il luogo in cui quel cammino ha trovato una dimensione concreta di servizio.
Per me e per la mia famiglia, assistere alla nascita e alla crescita di Villa Vrindavana è stato un privilegio straordinario. Abbiamo vissuto da vicino i primi anni di questo progetto, condividendone le sfide, i sacrifici, l’entusiasmo e le speranze. Ripercorrere oggi quei momenti significa ricordare un periodo molto significativo della nostra vita, fatto di semplicità, collaborazione e profonda fede, che ha contribuito a formare ciò che siamo diventati.
Ricordo la prima volta che arrivai a Villa Vrindavana. Radharani aveva due anni e Keshava era ancora un neonato di pochi mesi. Era inverno e faceva molto freddo. La villa era rimasta chiusa per anni e quella sera trascorremmo lì la notte.
Con noi c’era anche la madre di Harideva, venuta a trovare suo figlio. Era una donna pratica e intraprendente, capace di trovare una soluzione a ogni difficoltà. Alcune stanze conservavano ancora le vecchie stufe in terracotta. Mi aiutò a scegliere la stanza più piccola, così da poterla riscaldare più facilmente. Poi si recò nel bosco a raccogliere legna e rami secchi, accese la stufa e, nel giro di poco tempo, la stanza divenne calda. Dormimmo per terra, nei nostri sacchi a pelo, ma ricordo quella notte con grande serenità.
La mattina seguente vidi Sundararupa Prabhu e Matsyavatara Prabhu sul terrazzo che dal Salone Rosso si affaccia sul giardino. Li ascoltavo mentre parlavano dei progetti e dei sogni per quella splendida proprietà. In quel momento non potevo immaginare quanto quei progetti avrebbero trasformato quel luogo negli anni successivi.
Poco tempo dopo, mio suocero, Caitanya Nitay Prabhu, iniziò i lavori di restauro. Il lavoro da fare era immenso. I primi interventi riguardarono la costruzione dei bagni e delle docce. Fino ad allora ci lavavamo nelle stanze utilizzando grandi mastelli di plastica. Andavamo a prendere l’acqua con le taniche a una sorgente nel bosco e poi la scaldavamo sulla stufa prima di utilizzarla.
Il primo tempio fu allestito al piano superiore della villa, in quella stanza che in seguito sarebbe diventata l’ufficio di Sundararupa Prabhu. Successivamente venne restaurata anche la piccola chiesa presente nella proprietà, che per un po di tempo ospitò le Divinità di Sri Sri GauraNitay che adesso sono a Prabhupadadesh e le attività del tempio. Più tardi, grazie all’impegno e alla visione di Caitanya Nitay Prabhu, una delle antiche limonaie fu trasformata nell’attuale tempio, un’opera magnifica che ancora oggi accoglie devoti e visitatori.
Con il passare del tempo tutto iniziò a prendere forma. Furono realizzati l’acquedotto, la cucina, gli ashram e la mensa. La prima gurukula che Lalita Govinda con tanti sacrifici ha messo in opera, nacque in una stanza dell’ashram femminile, con un piccolo bagno annesso. Venne organizzata anche una lavanderia con una lunga fila di pile bianche. La utilizzavamo a giorni alterni con i Prabhu, ma non era soltanto un luogo di lavoro, era anche un punto di incontro dove le madri si ritrovavano, conversavano e condividevano momenti di amicizia e gioia.
Quando furono installate le Divinità, mia suocera, Ananda Vrindavana Mataji, iniziò a cucire personalmente i loro abiti. Ricordo con affetto la dedizione e la cura che metteva in quel servizio.
In quegli anni tutti gli impianti di riscaldamento funzionavano a legna, resa disponibile da decine di ettari di bosco che circondavano la proprietà. Il sistema di riscaldamento centrale del tempio era alimentato a sansa, utilizzando il prodotto derivato dalle oltre duemila piante di ulivo presenti nella tenuta. Anche la cucina funzionava esclusivamente a legna. Non era sempre facile accenderla e mantenerla attiva, ma quel sistema rendeva la comunità estremamente autonoma e autosufficiente.
Guardando indietro, comprendo quanto quelle esperienze abbiano contribuito a formare il nostro carattere e la nostra vita spirituale. I sacrifici, le difficoltà e il servizio condiviso ci hanno resi più forti, più determinati e più uniti nel nostro intento di servire Guru e Krishna.
Mi considero molto fortunata per aver vissuto quegli anni e per aver assistito alla nascita di Villa Vrindavana. Conservare questi ricordi nel cuore è per me una grande benedizione, perché rappresentano una parte importante del mio percorso spirituale e della storia della mia famiglia.
Vostra servitrice,
Manupatni devi dasi