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Sul ruolo della donna nella tradizione vedico-vaishnava

Nella civiltà dei Veda vengono descritte donne elevate dal carattere nobile e di grande forza interiore, dei veri e propri modelli per l'umanità (Draupadi, Kunti, Damayanti, ecc.).
Anche oggi in India ci sono donne che svolgono il ruolo di guida spirituale e che contribuiscono in maniera significativa a trasmettere il messaggio della Tradizione.
La figura della donna nella tradizione vedica occupa un ruolo  centrale, di grande dignità, in un certo senso di maggior pregio di quello che la donna ha nella società occidentale, non solo sul piano sociale ma soprattutto su quello antropocosmico. 
Il concetto di libertà della donna che traspare dalla rivelazione vedica - principalmente dal Rg e dall'Atharva Veda - non la si può certo paragonare al modello che è andato affermandosi a partire dalle battaglie del '68: conquiste considerevoli ma che, per lo più, sono rimaste sulla carta. 
L'artificiale assunzione da parte delle donne del modello maschile per sopperire alla discriminazione dei sessi e alla carenza di pari opportunità non costituisce di certo una reale soluzione, né può restituire alla donna quella dignità che merita.
Questa dignità può essere riconquistata nella misura in cui donne e uomini imparano a valorizzare le loro peculiari e specifiche qualità, integrandosi a vicenda esprimendo le rispettive nature, talenti e potenzialità. Nella solidarietà e collaborazione armoniosa avente come scopo l'elevazione della coscienza sta il segreto della realizzazione di entrambi, donne e uomini.

Lo scopo è la riscoperta di una propria completezza interiore, il risveglio alla propria matrice spirituale, divina, oltre ogni dualismo, oltre le temporanee connotazioni della personalità storica, con tutti i suoi soverchianti limiti e condizionamenti.       

I Maestri della Bhakti vaishnava ci insegnano a vederci non come uomini-donne, bianchi-neri e così via, ma in termini di entità spirituali.
L’individualità dell’essere è eterna, immutabile, mentre la personalità è in transito ed è costituita, come spiega Freud, dalla somma dei contenuti psichici con i quali l’individuo si identifica.
Le esperienze, le impressioni, i fatti e le circostanze esteriori modificano la personalità, ma non l’individualità.
La personalità storica, quella di cui possiamo raccontare in senso autobiografico, è sovente caratterizzata da uno squilibrio tra Logos ed Eros. Il Logos è ricerca di sapere, analisi, chiarezza, rigore, è la legge dell’intelletto, caratteristica prevalente del carattere maschile.
L’Eros è il principio di accoglienza, unione e collegamento, ed è la sfera emozionale associata alla femminilità.
In genere la persona tende a dare maggiore risalto all’uno o all’altro di questi aspetti (maschile e femminile), privilegiando solitamente quello che la rispecchia fisicamente.
Questa polarità tra il lato femminile e quello maschile è una delle principali che caratterizza l’essere umano. Lo squilibrio tra questi due poli genera senso di incompletezza e sofferenza.
Nel corso della storia le culture hanno in genere favorito maggiormente l’aspetto maschile rispetto a quello femminile.
Scambiando la forza fisica per forza morale, considerando la razionalità dell’intelletto superiore alla intuitività, sono stati assegnati agli uomini i  ruoli più importanti nella società.
Poiché non si è compreso che la personalità evoluta di ogni uomo e di ogni donna è il risultato di una sinergia e integrazione tra maschile e femminile, si è spesso venuto a creare un ordine statico, che produce dicotomie, involuzione e disarmonia.
In realtà nessuno è esclusivamente uomo o donna, perché nella personalità di ciascuno sono comprese caratteristiche maschili e femminili, in misura maggiore o minore a seconda dei residui karmici delle esperienze compiute in questa vita e nelle precedenti. Le forme mentis di ciò che siamo stati nelle vite passate permangono nelle nostre attuali tendenze, talenti, propensioni e difetti innati.
Lavorare alla integrazione della personalità è fondamentale per acquisire il meglio delle caratteristiche maschili e femminili, sviluppandole a prescindere dal genere a cui si appartiene. Lo scopo è ritrovare la propria completezza originaria.
In realtà, infatti, ciascuno di noi è un'essenza unica ed eterna (atman), caratterizzata da un’individualità completa in se stessa di natura puramente spirituale.
L’essere incarnato, pur essendo portatore di un corpo di genere femminile o maschile, non dovrebbe identificarsi né con il genere, né con altre caratteristiche psicofisiche, avendo coscienza che esse sono  temporanee ed esterne alla propria natura profonda e originaria; sono una maschera che si è formata a seguito delle esperienze compiute e delle tendenze acquisite.
Quando il soggetto è ben centrato in sé, i due emisferi celebrali - il destro deputato alle attività immaginative e il sinistro a quelle logico-razionali - lavorano in perfetta armonia secondo dinamiche benefiche e potenti che si attivano compensando eventuali deficit e squilibri karmici. Tutte le forze che il corpo mette in campo diventano allora forze di sviluppo verso il benessere olistico, e la persona diventa l’espressione migliore della salute ed auto-realizzazione.
Nell’iconografia sacra indovedica la figura di Dio viene rappresentata come la massima espressione di inconcepibile unità e perfetta sintesi tra elemento maschile e femminile.
Similmente, un essere umano pienamente realizzato è colui che riscopre questa unità divina in sé; secondo le parole di Lao-tse, è colui che “sa di essere maschile e si mantiene femminile”.

Matsya Avatara dasa

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