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L'arte della parola e dell'azione

Care devote,
Cari devoti,
 
Omaggi. Glorie a Shrila Gurudeva e Shrila Prabhupada!
 
Quest’oggi, il programma spirituale è stato contornato da una riflessione offerta dal nostro amato Guru Maharaja, ispirata dal Canto dei Santi Nomi, invitandoci a essere presenti a noi stessi e a far fede alla ragione per cui ogni mattina ci rechiamo al cospetto delle Divinità: non solo per presenziare, bensì per favorire la nostra evoluzione spirituale. Parole che favoriscono il risveglio della coscienza, laddove il rischio è di cadere nell’intorpidimento e nella ripetizione meccanica, anziché immergersi nella profondità del nostro Essere e ricercare quel meta-spazio del cuore dove risiede il Signore supremo, verso Cui lasciar fluire il sentimento di devozione che accompagna i Suoi nomi: Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare, Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare. Invocare i nomi divini con il movimento labiale e della lingua amplifica la vibrazione del suono, la cui intensità vale molto di più di un tono di voce alto, e ci permette di entrare in risonanza con le frequenze di Hari Nama Japa, che propagate nell’etere si rafforzano in noi. Recitare insieme il Maha Mantra rende il canto ancor più potente, elevando le nostre coscienze. Come in un volo leggero e soave verso la dimora di Dio.
Questo riassunto si fonda su gli appunti presi durante l’esposizione di Shriman Matsya Avatar Prabhu per essere condivisi con voi:
 
“Il segreto di Hari Nama Japa è pronunciare i nomi divini non per auto-gratificazione, ma come offerta che procuri piacere a Shri Krishna. Dovremmo sempre agire offrendo a Guru e Krishna il nostro impegno e i nostri talenti. Questo è il principio ispiratore su cui fondare la nostra vita. Prendiamo ad esempio il dialogo tra Shri Krishna e Arjuna nella Bhagavad-gita; Krishna ispira Arjuna a compiere il proprio dovere (svadharma), liberandosi dalle debolezze e meschinità umane per ritrovare la purezza e il vigore spirituale. Quel che conta in qualità di khsatriya, é combattere per difendere i più deboli dagli usurpatori, non per conquistare la vittoria o per paura della sconfitta, ma offrendo a Dio il proprio impegno virtuoso. E’ un’esortazione per tutti noi ad agire senza attaccamento ai frutti dell’azione e senza mai perdere di vista la nostra identità spirituale.
La paura può paralizzare, ma se diventiamo consapevoli della Realtà dietro le apparenze, realizziamo che non é quel accade a determinare la nostra vita, bensì come noi lo interpretiamo. E’ la capacità di discernimento (tattva viveka), che consente di valutare il peso delle azioni, e ancor prima il valore delle parole da cui sono precedute. Si può diventare “Signori della parola”, apprendendone l’arte descritta da Krishna ad Arjuna:
 
“L’austerità della parola consiste nell’usare un linguaggio veritiero, gradevole, benefico, teso a non agitare gli altri, e anche nel recitare regolarmente i testi vedici.”
Bhagavad-gita XVII,15
 
Studiando le sacre scritture riceviamo un orientamento nei confronti della vita e nelle relazioni con gli altri, a cominciare da quella con noi stessi. E’ la giusta misura che dobbiamo sempre ricercare, anche nello scegliere accuratamente le parole. Evitiamo di agire per il nostro autocompiacimento o per il timore di essere contestati, mantenendo il giusto distacco sia dagli applausi, sia dai fischi. Che le parole siano dunque veritiere e benevolenti nei confronti degli altri, rispecchiando la nostra migliore predisposizione d’animo. Impariamo a dare valore alle parole, sia nel proferirle che nell’ascoltarle, lasciandoci ispirare e senza la pretesa di ispirare chiunque a nostra volta. Con qualcuno potremo riuscirvi, con altri meno, ciò nonostante non dovremmo perdere di vista lo scopo o indebolire le motivazioni che sottendono alle nostre azioni, quando risiedono nello spirito di servizio al Maestro spirituale e a Dio. Tutto il resto è solo illusoria apparenza.
Assolvere al proprio svadharma é compiere il proprio dovere senza aspettarsi nulla in cambio, mantenendosi umili come fili d’erba, tolleranti come gli alberi, esemplari nel comportamento, consapevoli che le qualità che ci sono state donate non ci appartengono e possiamo esprimere la nostra gratitudine mettendole al servizio di Guru e Krishna. Che il sankirtana, la diffusione della buona novella, sia improntata nello spirito di offerta e che quel che dite sia a beneficio di chi desidera ascoltarvi. Rimanendo collegati a Dio e con il desiderio di compiacere Lui, senza altri scopi mondani e accertandovi sempre di fare il vostro meglio, anche voi ne trarrete un gran bene! Portate per le vie del mondo il messaggio divino con coraggio, con il desiderio di rendere altri partecipi del giovamento ricevuto e di quel sentimento di Amore autentico che è la quinta essenza della Bhakti.
Arjuna é il nostro modello di riferimento, che divenuto pienamente cosciente di Dio e raggiunto il più alto livello di purezza, scevro da ogni contaminazione materiale, si abbandona a Lui in sublime spirito di devozione. Seguiamone l’esempio e caliamolo nel nostro combinato di guna e karma, consapevoli che così come agiamo diventiamo, a seconda dei desideri che coltiviamo.
 
“Arjuna disse: Mio caro Krishna, o infallibile, la mia illusione è ora svanita. Per la Tua grazia ho ritrovato la memoria. Ora sono determinato e libero dal dubbio, pronto ad agire secondo le Tue istruzioni”. Bhagavad-gita XVIII,72.
 
Lasciamoci ispirare da questo shloka, ricordando che dei beati bisogna ascoltare non sola la parola, ma anche l’eco.”
 
In spirito di servizio,
 
Vostra umile servitrice,
 
BalaRadhya dasi
 
 
 

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