Ricordando Caitanya Nitai Prabhu

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Dalla vita dei cantieri al servizio devoto
Il 29 novembre 1983, alle diciannove circa, mio padre lasciava il corpo. Nel mondo lo conoscevano come Trento Ferrini, un uomo concreto, responsabile, stimato capo cantiere e figura affidabile nella vita sociale. Per la nostra comunità, e per me, è diventato Caitanya Nitai Das Prabhu, un devoto serio e regolare che negli ultimi sette anni della sua vita ha saputo trasformare profondamente se stesso alla luce della Bhakti.
Desidero ricordarlo non con toni funebri, ma come un uomo che ha consacrato la propria esistenza, passo dopo passo, al servizio del Dharma e della missione di Shrila Prabhupada.
L’inizio silenzioso di una conversione
La sua storia spirituale germogliò quasi in silenzio, durante il viaggio di ritorno dal mio terzo pellegrinaggio in India. Mio padre era alla guida, io ero seduto accanto e dietro sedeva quella che sarebbe presto diventata mia moglie. Per tutto il tragitto raccontai ciò che avevo vissuto: la ricerca del Maestro, lo stile di vita della Bhakti, la scoperta di una spiritualità che non si aggiunge alla vita, ma la orienta completamente.
Parlavo alla mia futura moglie, affinché comprendesse la scelta che avevo nel cuore. Ma sapevo che mio padre ascoltava ogni parola. Tacque, come era suo stile, e lasciò che tutto sedimentasse nel suo cuore.
In quei quaranta minuti si era accesa in lui una scintilla che presto avrebbe trovato forma.
L’adesione immediata di mia madre e della mia fidanzata e la discrezione rispettosa nei confronti di mio padre
Giunti a casa, trovammo un pranzo tradizionale preparato da mia madre per festeggiare il mio rientro. La presi da parte e le comunicai la mia decisione di cambiare vita in modo radicale, di dedicarmi alla pratica devozionale Bhakti, di adottare una dieta sattvica, di orientare ogni passo al servizio spirituale.
Dopo pochi minuti mi rispose con semplicità disarmante:
«Che folli siamo stati a vivere come abbiamo vissuto. Così dobbiamo vivere. Ti seguo.»
Mia madre, che da giovane aveva desiderato prendere i voti e che era cresciuta accanto a una madre terziaria francescana, riconobbe immediatamente una continuità interiore. Si mise subito a studiare cosa cambiare nella vita quotidiana. Poi chiese:
«E per babbo, come facciamo?»
Le risposi che con lui nulla si poteva forzare. Aveva ascoltato ogni cosa e, se avesse desiderato intraprendere quel cammino, lo avrebbe fatto liberamente. Questa fiducia nella sua libertà fu il filo conduttore di tutta la sua trasformazione.
Il gesto del piatto spinto in avanti
I primi giorni scorsero nella naturalezza: noi seguivamo la nuova dieta sattvica, lui continuava con la sua alimentazione consueta, osservandoci senza commentare. Poi, dopo due o tre giorni, avvenne il gesto che segnò la sua scelta. A tavola spinse in avanti il piatto e disse:
«Non lo voglio più questo. Mangio come voi.»
Non cercò enfasi. Espresse una decisione semplice e irrevocabile. Da quel momento condivise non soltanto la tavola, ma l’orientamento profondo della nostra vita. La mattina seguente iniziò la sua pratica quotidiana di Hari Nama japa.
Mantenne inizialmente un’alimentazione molto semplice, quasi mediterranea. Ridusse spontaneamente vino e sigarette, non per imposizione, ma per coerenza interiore.
Dal vino e dal tabacco alla sadhana Bhakti
Per un uomo nato nel Chianti e cresciuto nei cantieri, rinunciare al vino non è un gesto marginale. Quando mi chiedeva se il vino fosse vegetariano, gli rispondevo che lo era, ma che per via dell’alcol sarebbe stato preferibile evitarlo. Non insistevo, perché sapevo che avrebbe compreso il senso profondo di quella rinuncia. E così fu. In breve tempo abbandonò il vino e poi il tabacco. Quando qualcuno fumava vicino a lui chiedeva cortesemente di allontanarsi, non per severità, ma per proteggere una decisione maturata nel cuore.
Non si trattava soltanto di nuovi abiti esteriori. Il suo carattere si andava addolcendo e centrando. Le antiche impetuosità si attenuarono. La sua presenza divenne ancora più regolare e affidabile.
Dal 1977, liberatosi dagli ultimi attaccamenti, iniziò a praticare la sadhana Bhakti come un devoto a tempo pieno. Nel tempio era sempre il primo ad arrivare. Alle quattro e mezza del mattino lo trovavo seduto a terra con la japa mala tra le mani, intento nei sedici giri quotidiani prima dell’inizio delle attività.
Per sette anni non arrivai mai al tempio prima di lui.
Dal mondo delle imprese al servizio di Villa Vrindavana
Le sue competenze di capocantiere si rivelarono un dono prezioso per la comunità. Quando iniziai a cercare un luogo adatto alla vita spirituale di una crescente comunità Vaishnava, lui divenne il mio referente per ogni valutazione tecnica. Visitammo molte proprietà e, ogni volta, sapeva indicare costi, criticità, fattibilità e rischi con una precisione che solo un uomo di grande esperienza poteva offrire.
Quando finalmente arrivò Villa Vrindavana, nel 1979, la sua guida fu determinante. La villa e i terreni erano ricchi di potenzialità, ma in grave stato di abbandono. Occorreva rifare tutto. Lui, a sessantaquattro anni, affrontava giornate intense e faticose. Sveglia alle quattro, pratica spirituale, poi tre ore di viaggio tra andata e ritorno e intere giornate di lavoro fisico. Non considerò mai quel servizio come un sacrificio. Era la naturale continuazione del proprio dharma professionale, trasfigurato nel sevā.
Un carattere trasformato
Chi lo aveva conosciuto negli anni precedenti vedeva in lui un uomo trasformato. Parenti e amici dicevano che era irriconoscibile e non si riferivano soltanto allo stile di vita, ma all’intensità della sua trasformazione interiore.
Nel tempio era percepito come una presenza solida, quasi paterna. Parlava poco, lavorava molto, ascoltava con sincerità. Leggeva la Bhagavad Gita e il Bhakti rasamrita sindhu con il desiderio di comprendere per servire meglio. La sua umiltà, una volta quasi nascosta, affiorava con naturalezza.
Gli ultimi tre mesi e l’arte del lasciare andare
La malattia arrivò improvvisa e rapida. Da settembre a novembre trascorsero tre mesi intensi, nei quali molti devoti si offrirono spontaneamente per assisterlo giorno e notte. Alcuni non avevano mai prestato quel tipo di servizio, eppure per lui si misero a disposizione con totale dedizione, come se quel gesto esprimesse la gratitudine per ciò che egli aveva seminato con la sua semplice presenza.
Lasciò il corpo tra le mie braccia, con la mente rivolta al servizio. Fino all’ultimo pensava a come non essere di intralcio agli altri e a ciò che ancora poteva essere fatto per la missione di Shrila Prabhupada.
Che cosa mi ha insegnato il suo cammino
Ripensando alla nostra relazione, riconosco che gran parte della gratitudine che ho maturato nei suoi confronti è fiorita dopo la sua partenza. Un altro grande segmento è nato negli ultimi sette anni della sua vita, quando ho potuto osservare da vicino la sua trasformazione spirituale.
Era stato un padre a tratti brusco, poco incline alle manifestazioni affettive esteriori, ma straordinariamente generoso e sempre presente. La Bhakti purificò questo materiale umano, orientandolo verso la sua dimensione più alta. La sua regolarità, la sua fede semplice e la sua umiltà operosa sono rimaste per me un insegnamento vivo.
Un invito per chi legge
Ricordare Caitanya Nitai Das Prabhu significa testimoniare la forza trasformatrice della Bhakti nella vita quotidiana. Chi lo ha conosciuto nelle sue due stagioni, quella dei cantieri e quella del servizio devozionale, ha visto come la stessa energia, gli stessi talenti e la stessa determinazione possano essere prima rivolti al mondo e poi consacrati con amore a Dio.
Per questo, nel giorno della sua commemorazione, desidero condividere il suo ricordo come un invito alla speranza. Finché abbiamo respiro, abbiamo la possibilità di trasformare la nostra vita, purificare il nostro carattere e offrire i nostri talenti a un ideale che trascenda noi stessi.
Così ha vissuto Caitanya Nitai Das Prabhu. E per questo, con profonda gratitudine, desidero ricordarlo e onorare la sua memoria insieme a tutti voi.
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