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Ogni tappa conseguita con Amore avvicina al traguardo


Care devote,
Cari devoti,

Accettate i miei omaggi.
Glorie a Shrila Gurudeva e Shrila Prabhupada!

Leggendo lo Shrimad-Bhagavatam, Canto VII, Cap.5, Shloka 51-52-53, Shriman Matsya Avatar Prabhu ci ha offerto una riflessione, che desidero proporvi come lettura basata su appunti personali che ho trascritto e che riporto di seguito, sperando possa essere di ispirazione e arricchimento anche per voi:

“Dalla lettura di questi shloka, possiamo apprendere insegnamenti che aiutano a sviluppare il senso di discernimento e un’elevata consapevolezza, malgrado il vivere immersi nella dualità di questo mondo terreno. Dharma, Artha, Kama sono i principi verso cui orientare la propria esistenza per conseguire Moksha, la liberazione dai condizionamenti materiali.


Dharma è l'ordine cosmico, la Legge di Dio secondo la quale l'essere umano può comprendere quale sia la sua funzione e adempiere al suo dovere. Artha è la realizzazione dello scopo che una persona desidera conseguire; sul piano mondano può essere un riconoscimento nella vita professionale, l'affermazione nel ruolo di magistrato, ingegnere, economista, manager, etc. Queste categorie professionali sono un esempio dei fini che le persone desiderano ottenere. Kama è la ricerca del piacere, del gioire che è gioia autentica quando in armonia con l'Ordine divino. Teniamo alta la guardia, perché la realizzazione di soli obiettivi mondani non sconfigge la paura, né ci libera dalla morte e non risponde alle problematiche esistenziali. Il bagliore di temporanei successi può dare sollievo, ma dietro segue sempre l'ombra che ostacola la libertà interiore (Moksha). Moksha è il fine ultimo, senza conseguire il quale l'esistenza incarnata risulta essere una perdita di tempo, come ammonisce lo Shrimad Bhagavatam.
Se vi sono riconoscimenti meritati nell’ambito del proprio ruolo sociale o della professione, qualunque essa sia, non vi è nulla di male, purché non divenga il fine dell’esistenza. In questa dimensione duale, la gioia si alterna alla sofferenza e il dolore al piacere. Ricordiamoci che siamo qui per evolvere spiritualmente e conquistare la libertà dai legami della materia.                                     

Continuando la lettura, troviamo un’affermazione che può sorprendere, laddove si fa riferimento alla “religione materiale”. Un’apparente contraddizione in termini, che richiede una riflessione approfondita.
Prahalada Maharaja incarna un puro devoto dalle sembianze di un bambino di 5 anni. Dimostra non avere alcun interesse ai precetti dei suoi insegnanti, che hanno il compito di istruirlo nel divenire un re vocato allo sviluppo di un’economia tesa a gratificare il piacere dei sensi, immerso nelle attività mondane e dedito all’attaccamento materiale, con l’ambizione al potere e al dominio incontrastato.
Prahlada Maharaja è invece situato al di sopra e per nulla interessato a simili argomentazioni, che Sanda e Amarka, i suoi insegnanti, impartivano come istruzioni in forma di religiosità, certi di modificare la sua intelligenza e sovvertire i suoi pensieri nell’educarlo quale degno erede al trono di Hiranyakashipu.
Una visione del ruolo di sovrano che troviamo anche nel dialogo tra Macchiavelli e Guicciardini - due geni del pensiero rinascimentale – dove Macchiavelli afferma che un Principe seppur non religioso deve fingere di esserlo per poter regnare sullo Stato, accondiscendendo all’uso strumentale della religione per conseguire gli scopi materiali.  
Questa è una forma di religiosità molto pericolosa, che crea attaccamento e dipendenza, anziché favorire l’elevazione spirituale e il conseguimento dell’autentica libertà dall’influenza della natura materiale.
Dobbiamo essere vigili e saper riconoscere coloro che sabotano gli insegnamenti religiosi per farli diventare strumenti di godimento e potere personale. Chi concupisce una cosa, una persona e non giunge a possederla cade in preda alla collera (kroda). Un’emozione distruttiva che deriva dalla bramosia (kama) frustrata, tipica di coloro che agiscono sulla spinta della mente e dei sensi. Un’attitudine deviante rispetto all’autentico spirito di devozione che spiana la via della vita spirituale, laddove degrado e corruzione conducono a calpestare il dharma.
Invece, quando viene ricercata la gratificazione nel rispetto degli autentici principi religiosi, aderendo al dharma, lo scopo (artha) da conseguire assume un nobile valore e si manifesta in tutta la sua potenza spirituale, potendo sperimentare la vera gioia.

Prahlada Maharaja è un’anima liberata, mentre suo padre, Hiranyakasipu, voleva che suo figlio diventasse un re simile a lui, attaccato al piacere dei sensi e dall’indole crudele, arrivando persino a volerlo uccidere per punirlo del suo comportamento e del suo sentimento di devozione a Dio.
Questa narrazione ci porta a comprendere come la religione, senza sentimento di compassione, può giungere ad assassinare e insieme alle sue vittime muore anch’essa.

La storia è ricca di vicende di ordinaria follia, di regimi totalitari che hanno trasformato la propria ideologia in religione di stato. Dall’Inquisizione, al nazismo e al sovietismo, abbiamo esempi di falsi ideali che hanno condotto alla distruzione, mentre le persone si abituavano al peggio, che diventava la loro normalità.
Condizionate e assoggettate attraverso diverse forme di dipendenza, le persone possono giungere a vivere un’esistenza alienata, senza esserne più consapevoli. Dobbiamo studiare la storia per evitare il ripetere degli errori, e a difenderci cominciando a non essere complici di certe ideologie.

Prahalada Maharaja è rimasto saldo nel suo Credo di un mondo retto da Dio e non dagli uomini. Nessuno degli insegnanti a cui venne affidato riuscì a convertirlo. Egli aveva sviluppato la sua relazione con Dio nel cuore, rimanendoGli fedele. Prahalada Maharaja è l’esempio da seguire nel resistere a ogni falsa scienza e religione, in nome delle quali è stato fatto di tutto e il contrario di tutto con effetti devastanti.

Un sincero atteggiamento devozionale, il cui intento è servire Dio vivendo nel Dharma, lo si può sviluppare nel qui e ora per declinarlo nell’esistenza quotidiana. La capacità di discernere tra Dharma e Adharma è la salvezza per la nostra vita spirituale. Senza sviluppare il senso di discernimento, non possiamo vivere pienamente la compassione. Noi siamo esseri spirituali e lo scopo da raggiungere è l’esperienza sublime dell’Amore, nella relazione con Dio e in armonia con tutti gli esseri viventi. La compassione si nutre di amore, senza l’uno non può esservi l’altro.
Anche Prahalada Maraja provava un profondo senso di compassione per suo padre, anziché considerarlo un nemico, e trovò rifugio in Dio.

In questo segmento di esistenza incarnata, chiediamoci a quale tappa siamo giunti lungo il nostro cammino spirituale.
Quali realizzazioni abbiamo avuto?
Quanto ci stiamo avvicinando a Dio?
Quale relazione stiamo intrattenendo con Lui?
Siamo pronti a offrirGli ciò che di più importante abbiamo?
Interroghiamoci, ricordando che non è la tappa che conta, bensì il traguardo.

Osserviamo a che punto siamo nel percorso intrapreso, consapevoli che la vita umana è breve ed è una preziosa opportunità di realizzazione spirituale. Se sviluppiamo la consapevolezza di chi in realtà siamo e quale la méta ultima da conseguire, riusciremo a trasformare le nostre abitudini, a liberarci dai condizionamenti e dalle paure di questo mondo duale, a rimanere stabili nel nostro cammino attraverso le vicende umane per ritrovare il nostro Sé - Atman - e ricongiungerci a Dio.”

Vostra umile servitrice,

BalaRadhya dasi






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