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La meravigliosa personalità di Shri Krishna nel Mahabharata

Nel Mahabharata Krishna appare per la prima volta allo Swayamvara che il re Draupada aveva indetto affinché sua figlia potesse scegliersi un degno marito. Quest'ultima, Draupadi, era una principessa straordinaria, dotata di bellezza e altre insuperabili virtù. Uno dei suoi nomi era anche Krishna, infatti nella letteratura Bhagavata vi sono tre Krishna: Shri Krishna, figlio di Vasudeva;  Krishna Dvaipayana Vyasadeva, figlio di Satyavati; Krishna Draupadi, figlia di re Draupada. Draupadi era ricolma di talenti, casta, intelligente, intraprendente, coraggiosa.

  Krishna è presente al torneo non come pretendente alla mano della principessa Draupadi, bensì come invitato d'onore in quanto re, ed è là che viene riconosciuto dal Pandava Arjuna, il quale partecipava al torneo regale nella vesti di asceta e pretendente alla mano della principessa in palio. In quel momento Shri Krishna non aveva ancora manifestata la Sua divinità ma solo il rango reale, essendo Krishna appartenente alla dinastia degli Yadu-Vrishni. 
E’ nel secondo libro del Mahabharata, il Sabha Parva, che Shri Krishna Vasudeva viene rivelato nella Sua suprema divinità, dotata delle sei ineguagliabili virtù. In seguito Krishna si reca a Dvaraka per fronteggiare eventi pericolosi e i Pandava per un periodo di tempo restano privi dei preziosi consigli di Krishna. Ed è proprio in tale periodo che Yudhistira gioca la fatale partita a dadi.
Poi, quando si arriva al sesto libro del Mahabharata, il Bhishma Parva, e nello specifico alla Bhagavad-gita, Krishna nuovamente si manifesta. Qui si rivela come la suprema Divinità, Dio di Grazia e Misericordia, che concede nella Sua magnanimità la fede anche a coloro che desiderano adorare altre divinità. A seconda dei livelli evolutivi, Krishna consente l'esperienza di corrispondenti livelli nella relazione con il Divino.
In questo modo, avvicinandosi a differenti Suoi nomi e forme, le persone gradualmente si purificano e lo conoscono nel puro spirito di Amore, “pensando sempre a Lui e dimorando in Lui con devozione”, come spiegano gli shloka IX.34 e XVIII.65-66, quintessenza della Bhagavad-gita.


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