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Postfazione di Shriman Matsyavatara Prabhu al libro di Satsvarupa Maharaja 'Japa Transformation'

Da una postfazione normalmente ci si attende una sintesi dell'opera, un orizzonte di senso ultimo. Ma non è questo il nostro caso.
Consapevole di espormi al biasimo di coloro che vorrebbero sottrarsi alla fatica dell'esperienza diretta, e quindi alla responsabilità di veramente conoscere, mi sia consentito esprimere sommessamente, e con rispetto dei razionalissimi occidentalisti in servizio permanente, due elementari e contrastanti sentimenti: preoccupazione e speranza.      
Il primo, nei confronti di quei lettori che, positivisticamente agguerriti, abbiano creduto di poter cogliere il contenuto intimo di questo libro mediante la sola comprensione intellettiva; il secondo, nei confronti di quei lettori che, affascinati dalla promessa di beatitudine e ispirati dalle citazioni scritturali, abbiano deciso di spiccare il volo verso la fulgente luce che irradia dalle più alte e candide vette della Coscienza. E ciò nonostante quegli ostacoli e pericoli che l'Autore abbondantemente, quasi puntigliosamente, in qualità di pellegrino lui stesso in faticoso cammino, con scrupolo ed onestà ci descrive.

Il contenuto narrativo di 'Japa Transformation', pur presentandosi senza pretese estetizzanti, fin dall'inizio mostra una sua originale specificità che lo trae fuori dalla 'manualistica' di maniera e lo colloca su di un piano differente rispetto alla dilagante moda scientista e New Age.
La specificità di questo libro di Satsvarupa Goswami, gemmato all'interno dell'antica tradizione spirituale della Krishna-bhakti, di cui è egli stesso un Maestro, risiede propriamente nel suo essere testimonianza di chi sta facendo un lavoro giornaliero su se stesso e che sta vivendo un processo trasformativo della coscienza fino all'agognata promessa, intravista e talvolta sfiorata, seppur non ancora stabilmente raggiunta.
La meta è dichiaratamente sul piano trascendente e, seppur vissuta 'qui ed ora', è in una dimensione 'altra', cui si accede attraverso la graduale purificazione della coscienza in forza della Grazia che scaturisce dalla pronuncia dei Nomi divini (Hari-nama-japa) e dall'ardente meditazione su Dio. L'Autore ci descrive un percorso non affatto privo di momenti di scoraggiamento né scontato di successo finale. Vale a dire: una meta non facile da conseguirsi ma irresistibilmente affascinante e, anche se solo parzialmente raggiunta, appagante in maniera impareggiabile, poiché conduce il lettore-praticante a fare esperienza progressiva d'ineffabile felicità, sapienza divina e amore immortale.
Il lettore, se veramente desidera 'capire' questo libro, cioè nutrirsene intimamente, dovrà farsi lui stesso pellegrino, o piuttosto 'essere alato' per accedere a quelle luminose vette della coscienza che custodiscono l'inesauribile tesoro dell'amore divino (prema-bhakti). E questo può accadere, lo sappiamo bene, solo se la comprensione intellettuale si lascia pian piano integrare, plasmare, e infine trascendere, dall'esperienza spirituale autentica.

Matsya Avatara dasa


His Divine Grace A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada

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A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada (1896-1977) is the Founder-Acharya of the International Society...
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Shriman Matsyavatara dasa: 36 anni fa, oggi, per la prima volta incontravo e parlavo con Shrila Prabhupada. Iniziava...
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    A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada (1896-1977) is the Founder-Acharya of the International Society for Krishna Consciousness (ISKCON) and the world’s foremost teacher of Krishna Bhakti in the 20th century.

    Born in India as Abhay Charan De, Abhay received a classical European education from Calcutta’s prestigious Scottish Church College. However, as a political activist and early follower of Gandhi’s civil disobedience movement, he rejected his diploma in protest of British rule in India. Several years later, after a life-changing encounter with Bhaktisiddhanta Sarasvati Thakur, a prominent scholar and spiritual teacher who explained that the practice of Krishna Bhakti is too important to wait for political reform, Abhay redirected his attention from politics towards the cultivation of spiritual life and community.

    Bhaktisiddhanta represented the ancient tradition of Krishna Bhakti, the yoga of devotion, based on the teachings of the Bhagavad-gita. Upon their first meeting, Bhaktisiddhanta asked Abhay to bring the teachings of Bhagavad-gita and the practice of Krishna Bhakti to the West. Inspired by the depth of Bhaktisiddhanta’s devotional wisdom, Abhay became his lifelong student.

    After four decades of learning and practice, while simultaneously running his own business and supporting his family, Abhay took formal vows of sannyasa, or celibate priesthood. In preparation of his journey to the West, Abhay settled in the holy city of Vrindavan, India and began translating the Sanskrit verses of the Bhagavad-gita and the Srimad-bhagavatam into English and writing elaborate commentaries explaining each verse. During this time, Abhay was given the title Bhaktivedanta in recognition of his advanced scholarship and spiritual realization.

    In 1965, at the age of 69, Bhaktivedanta departed from India with unremitting determination to fulfill his teacher’s request. After a month-long voyage, having suffered two heart attacks while aboard an Indian cargo ship, Bhaktivedanta arrived at a lonely Brooklyn pier with seven dollars in Indian rupees and a trunk of ancient Sanskrit scriptures translated into English.

    Although faced with many hardships, Bhaktivedanta began giving Bhagavad-gita classes in Bowery lofts and leading kirtan (devotional chanting) in Tompkins Square Park. His sincerity attracted the attention of young seekers, eager to learn more about meditation and Eastern spirituality. With their help, Bhaktivedanta rented a small storefront in New York’s Lower East Side and continued giving daily classes and leading kirtan.

    Inspired by the support of his young American students, Bhaktivedanta established ISKCON (International Society for Krishna Consciousness) with the hope that his students’ enthusiasm would continue to grow. The following year, Bhaktivedanta was asked to establish ISKCON in San Francisco, where hundreds of more students began regularly attending his classes and kirtans.

    In the following 11 years, Bhaktivedanta (again honored with a new title – Srila Prabhupada) circled the globe 14 times, bringing Krishna Bhakti to tens of thousands of people on six continents. With their help, he established centers and projects throughout the world including temples, ashrams, farm communities, schools, universities, and what would become the world’s largest vegetarian food relief program.

    During this time, Srila Prabhupada continued his translation work and authored an unprecedented number of books, over 70 titles, subsequently translated into 76 languages. His most prominent works include: Bhagavad-gita As It Is, the 30-volume Srimad-bhagavatam, and the 17-volume Sri Caitanya-caritamrita.

    In 1977, at the age of 81, A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada passed away in Vrindavan, surrounded by his loving disciples who continue to preserve his legacy. Although the teachings of Krishna Bhakti had rarely ventured beyond India’s borders, by the extraordinary devotion and determination of Srila Prabhupada, tens of millions of people around the globe now benefit from the timeless practice of Krishna Bhakti.

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    Shriman Matsyavatara dasa:

    36 anni fa, oggi, per la prima volta incontravo e parlavo con Shrila Prabhupada. Iniziava così quella che sarebbe stata la relazione spirituale cardine della mia vita, il fondamento di tutto quello che poi è stato. Razionalmente non sapevo cosa in seguito sarebbe avvenuto, ma sapevo quello che per me allora era sufficiente sapere.

    Capivo che mi aspettava un immenso lavoro interiore da fare e che al centro di tutto questo lavoro c'era la cura di quella relazione: la relazione spirituale con Guru e Krishna. Avevo letto, avevo visto e conoscevo molti episodi ed esempi di relazione Guru-discepolo, ne avevo compreso l'importanza fondamentale nella tradizione e anch'io ero alla ricerca da tempo di quel tipo di relazione, ma mai prima di allora avevo sentito quel che invece in quel momento sentivo, intuivo, percepivo chiaramente nel cuore.

    Sentivo che era arrivato il mio momento, sentivo che ero giunto di fronte al mio Guru.

    Ora finalmente, dopo tanto tempo e ricerca, lo avevo identificato in una Persona particolare che aveva una certa visione del mondo e della vita e del rapporto con Dio, e anche una sua peculiare tonalità di voce, una certa fisionomia, uno sguardo e un sorriso unici e inconfondibili.

    Era il Guru che mi era stato inviato. Non mi era stato raccomandato o fornito da un'istituzione o da un ente impersonale. Era arrivato in base al mio guna e karma e soprattutto per la infinita misericordia del Signore che io sentivo più forte e presente di qualsiasi altra realtà.

    Quella – come intuivo chiaramente - era la mia prova, e lo scrissi anche sul mio taccuino di viaggio di quell'agosto '76. Era la grande prova della mia vita, in cui avrei dovuto dimostrare la solidità e la profondità del mio desiderio di abbandono a Dio e di realizzazione spirituale, avrei dovuto costruire, misurare e sviluppare la mia capacità di tenuta, la mia premura nel costruire la relazione con il mio Guru e con Krishna e nel mantenerla pura, non contaminandola con nient'altro al mondo.

    Era il terzo viaggio che facevo in India; avevo conosciuto guru, yogi, maestri di ogni tipo, innumerevoli incontri ed esperienze sulla strada della mia ricerca. In quel momento però per la prima volta sentivo che la mia ricerca del Guru avrebbe dovuto fermarsi lì, lì di fronte a Shrila Prabhupada.

    La mia ricerca spirituale sarebbe continuata ma da allora innanzi con un punto fisso irremovibile, con quella relazione spirituale al centro: la relazione con il mio Guru e con Krishna come fondamento.

    Capivo e sentivo con certezza che dovevo affidarmi a Shrila Prabhupada; dopo aver incontrato così tanti Guru, ai quali peraltro avevo mostrato con inchini e rispettosi saluti il mio apprezzamento, per la prima volta nella mia vita sentivo il desiderio di offrire omaggi nella forma di dandavat, e questo accadde solo quando arrivai al cospetto di Shrila Prabhupada, in quel 30 agosto del 1976. Mai era successo prima, e sapevo anche che mai avrebbe potuto succedere in futuro se non avessi colto quell'occasione.

    Quella era la mia occasione, era la grande opportunità della mia vita.

    Matsyavatara dasa (Marco Ferrini)
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