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Dalla nostalgia del crepuscolo alla speranza

Care devote,
Cari devoti,

Omaggi. Lodi e glorie a Shrila Prabhupada e Shrila Gurudeva!

Qualche sera fa, verso l’ora del tramonto, abbiamo vissuto il dono di un intenso satsanga in compagnia del nostro Maestro e dei cari devoti vaishnava presenti. Così, seduti sugli scogli, osservando il calar del sole e l’orizzonte sino alla linea apparente che separa mare e cielo, mentre sfumava in toni dal grigio azzurro al blu indaco, il panorama esteriore si arricchiva delle parole di Guru Maharaja che risuonavano in noi e vibrando ci innalzavano ben oltre il volteggio dei gabbiani.

Di seguito, desidero rendervi partecipi di questo volo accompagnato dalle dolci carezze della brezza marina e dal tepore di Surya Deva, i cui ultimi raggi ci riscaldavano prima di apprestarsi al riposo:

“Ogni piccola realizzazione necessita di un periodo di incubazione, che da pura intuizione via via va addensandosi, fino a cristallizzarsi e prendere forma secondo il principio di aggregazione. Lo stesso principio che regola lo stato di trasformazione della materia, dalla sua forma più densa sino a quella più sottile; così, anche noi esseri umani siamo soggetti alle leggi della natura non solo sul piano fisico, ma anche che su quello neurologico, psicologico ed emozionale. Nel mondo sensoriale, attraverso le percezioni, queste trasformazioni sono tangibili e visibili, mentre nella dimensione dell’intuizione ogni concetto appare astratto, ma non per questo è meno reale di ogni manifestazione fisica. A dire il vero, il mondo fisico dipende dalla potenzialità creativa del mondo psichico.

Non c’è realtà fisica che non sia espressione di una precedente realtà psichica.

Da qui è facile desumere quanto importante sia porre attenzione a ciò che desideriamo, a ciò che pensiamo, perché è lì che germina il seme di quel che ne consegue.

Vi sono persone che perdono il loro tempo a lamentarsi, a rimpiangere ciò che avrebbero dovuto fare e a cui potrebbero ancora rimediare, ma nel frattempo non provvedono a reagire e a riparare, perché troppo concentrate e assorbite dagli aspetti negativi della situazione contingente, così confuse e intorpidite da non riuscire a correggersi e intervenire in modo costruttivo.

Ogni accadimento di per sé è sempre da osservarsi come un episodio neutro, a prescindere dall’impressione che suscita in noi, dalle emozioni che scatena siano esse di gioia o dolore. La neutralità di ogni evento è la chiave di lettura segreta che pochi conoscono, ma che può risparmiare fatiche, sofferenze, dolori senza fine.

Il rimpianto e il rammarico di per sé non fanno altro che acuire le emozioni negative, e il rievocarle di continuo porta a crogiolarsi nella profonda malinconia che esse arrecano. Dobbiamo imparare a scuoterci di dosso la cappa di tristezza che ci trattiene dal reagire, favorendo, invece, una rapida elaborazione di quanto avvenuto.

Quel che accade va osservato come episodio neutro, come una tela soggetta alla metamorfosi di un dipinto. Tutto dipende da come noi la coloriamo e dai colori che scegliamo riusciremo a rappresentare in modo diverso l’accaduto, il nostro vissuto.

Più volte vi ho spiegato come le cosiddette “disgrazie” si rivelino spesso delle grazie travestite. L’interpretazione soggettiva che noi diamo agli accadimenti, li rendono più drammatici di quanto in realtà spesso siano. Ciò è dovuto agli attaccamenti, alle identificazioni, alle pretese, alla falsa idea che la persona ha di sé.

La rigidità della nostra attitudine è di importanza centrale, troppe volta causa di prospettive limitate e limitanti nell’osservare solo le conseguenze negative di quel che accade. Trasformare questa rigidità equivale a concedersi una formidabile opportunità volta alla nostra evoluzione, sia come esseri umani che creature spirituali. La nostra progettualità evolutiva è il progetto più sensato che possiamo conseguire nella nostra vita, affinché sia volta a uno scopo costruttivo per il benessere nostro e quello altrui. Se non investiamo il nostro tempo in un programma evolutivo, tutto ciò a cui di diverso ci dedicheremo nell’esistenza incarnata risulterà, alla resa dei conti, un’inutile perdita di tempo. Se non progrediamo regrediamo, se non evolviamo involviamo e il rischio è non esservi fine nel precipitare sino al gradino più basso della scala evolutiva. Da qui l’urgenza di fare un piano per attenuare le nostre zone d’ombra e rischiarare le qualità latenti sino a farle risplendere di quella luce interiore la cui fonte è infinita. Una luce che nei Veda è sinonimo di illuminazione, di intuizione, di conoscenza e la cui suprema sorgente è Dio.

Senza una ricerca interiore che ci riconduca a scoprire la nostra essenza originaria, non potremo sviluppare la nostra natura spirituale, rimanendo in balìa della fragilità della condizione umana. La nostra incapacità di vedere l’intero, il Tutto, è causa di sofferenza.

Per favorire una migliore comprensione di questo concetto, Shriman Matsyavatara Prabhu ci ha portato un esempio pratico: prendiamo una bottiglia di liquore. Qualcuno potrebbe esserne attratto, pregustando il piacere di assaggiarlo. Quella stessa piacevole sensazione è di ostacolo nel riconoscere i danni collaterali che il liquore può causare. L’alcool ha effetti negativi sul fegato, atrofizza il tessuto celebrale, altera le funzioni mentali, che dire del piano di coscienza e della dipendenza che va creandosi. Altrettanto dannoso risulta il consumo di tabacco, ma il tabagista si concentra sul piacere che quell’aroma gli procura, considerando così solo la parte superficiale del fenomeno. Non solo ignora le conseguenze distruttive, ma ancor più spesso non le vuole vedere. Eppure, sono ormai da tempo note ed enunciate come formazioni tumorali, malattie cardiovascolari e respiratorie, compromesse attività cerebrali a causa del ridotto apporto di ossigeno al cervello.

L’impulso prevale sul buon senso, al punto che esistono in commercio delle custodie per i pacchetti di sigarette che servono a coprire l’avvertimento “Il Fumo Uccide”. Dipendenze che ottundono l’intelletto, così come il gioco d’azzardo, gli stupefacenti e tutte quelle attività o sostanze psicoattive che producono euforia, eccitazione, disinibizione fino a indurre stati di allucinazione.

Gli esempi sarebbero infiniti, ma è sufficiente fermarsi qui per comprendere quanto una corta visione e l’incapacità nel prevedere le conseguenze conducano alla sofferenza e, talvolta, all’autodistruzione. Ma non è solo la miopia nel discernere a indurre in errore, complice è spesso una distorsione mentale che impedisce di capire che quell’azione costerà cara, innanzitutto, proprio al suo autore.

Bhagavad-gita, V.22: “La persona intelligente non indugia mai nei piaceri generati dal contatto dei sensi con gli oggetti dei sensi. Non se ne compiace, o figlio di Kunti, perché essi hanno un inizio e una fine, e sono portatori di sofferenza.”

Attraverso questo bellissimo shloka, possiamo comprendere come coloro il cui intelletto (Buddhi) è illuminato, non cadono nella trappola dei sensi e mantengono una mente lucida, non oscurata e paralizzata dai piaceri effimeri, che sono causa di molti dolori.

La parzialità della visione genera sempre sofferenze più o meno grandi.

Dobbiamo sviluppare la nostra vista interiore, essere capaci di intuire e via via distinguere sempre più nitidamente l’intero, che sta ben oltre a ciò che percepiamo.

Bhagavad-gita, III.42: “I sensi attivi sono superiori alla materia inerte, superiore ai sensi è la mente e superiore alla mente è l’intelligenza, ma ancora più elevata è l’anima.”

Se comprendiamo questo principio fondamentale, facciamo un salto di paradigma e riusciamo a trascendere la mente. Entrando in contatto con il nostro Sé, ci poniamo sul piano dell’anima e ascendiamo”.

Possiamo così sperimentare un volo verticale, più su e ancor più su di quei gabbiani che dagli scogli osservavamo, mentre Guru Maharaja ci faceva spuntare le ali e assaporare l'ebrezza delle vette più alte dello spirito attraverso la conoscenza sacra.

Vostra umile servitrice,

BalaRadhya dasi

 

 

 

 


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