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Perché ci siamo allontanati dall'originario stato di Grazia?

Una delle domande più ricorrenti che mi sono state fatte in questi anni da praticanti spiritualisti ma non solo, è stata la seguente: se in origine siamo pura coscienza, anime beate unite in amore a Dio, come è stato possibile allontanarci da questo stato immacolato di grazia?

Nei cicli di seminari che ho tenuto commentando la Bhagavad-gita di Shrila Prabhupada, ho risposto in più occasioni a domande simili a questa. 

La premessa che in questi casi sono solito fare è che il quesito non si può sciogliere con una mera comprensione sul piano logico-razionale, poiché attiene ad una dimensione di realtà inafferrabile se non attraverso un'esperienza realizzativa di tipo spirituale.

Per stimolare e preparare tale esperienza, vi offro alcune riflessioni che in me sono scaturite nel corso degli anni durante lo studio e la pratica della Krishna Bhakti secondo gli insegnamenti del mio Guru Maharaja. 

 

Il ciclo di nascite e morti, samsara, rappresenta quella che anni fa ho definito una "dolorosa necessità esistenziale", conseguenza degli errori che abbiamo compiuto, ovvero di quelle azioni scorrette contrarie all'ordine etico universale (dharma).

Il samsara è una necessità perché ci permette di fare esperienze indispensabili per emanciparci da quegli errori e poter finalmente riprendere consapevolezza di chi siamo nel nostro rapporto originario ed eterno con Dio.

Tutti gli esseri sono infatti emanazioni del Supremo, ma allora in che modo ci siamo potuti contaminare in origine? Che cosa ha determinato la nostra prima incarnazione?

I testi Vaishnava spiegano che la natura degli esseri viventi è del tutto simile a quella del Signore supremo ma non identica, secondo il principio acintya bheda-abheda tattva: inconcepibile simultanea identità e differenza tra creato, creature e Creatore. I jiva hanno infatti le stesse caratteristiche di Dio, uguali in qualità ma in quantità infinitesimamente minori. Per natura costituzionale essi rappresentano l'energia marginale del Supremo, definita tatastha shakti dalla letteratura indovedica. 

In questa prospettiva, tra le qualità infinite del Divino le creature possiedono in misura infinitesimale anche la facoltà del libero arbitrio. Possono dunque scegliere se rimanere immerse nella dimensione spirituale oppure subire il fascino della materia, dunque provarsi in altre dimensioni. A volte per gioco, per sfida o per mera curiosità, intraprendono così delle vie che poi non riescono a gestire, non sapendo quali dipendenze, sofferenze e condizionamenti producano. 

Ma allora perché il Signore ci lascia liberi di sbagliare e di soffrire? Il Signore è forse crudele?

Sarebbe crudele se non ci lasciasse liberi.  Se non avessimo la libertà di esprimere i nostri desideri e di agire a nostra discrezione, non potremmo infatti nemmeno avere la possibilità di provare autentici amore e gioia. Semplicemente l'amore e la gioia per noi non esisterebbero, perché saremmo più o meno come degli automi telecomandati. Ma Shri Krishna, massima espressione di Grazia e Misericordia, ha organizzato l'universo affinché possa essere un laboratorio per tutte le creature per realizzare l'amore e la beatitudine, inscindibili dal principio di libertà.

Il Signore ci lascia liberi, anche di sbagliare, ma ci offre al contempo gli strumenti, la conoscenza e infinite possibilità per correggere il male e fare il bene. Ce li offre in ogni circostanza, in ogni segmento del samsara, in ogni momento della nostra eterna esistenza. Sta solo a noi desiderare e cogliere queste opportunità. Provare per credere.

Matsyavatara das


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